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Driver dell’acquisto: Benessere, qualità e sostenibilità

Quante definizioni di “tecnologia”; davvero, ma quante. Ci sia consentito prenderne qui una ed assumerla a milestone di quanto ci accingiamo a dire. E’ la definizione geniale del filosofo Karl Popper: “la tecnologia è tutte quelle cose che non c’erano ancora quando siamo nati”. Geniale perché finalmente rende valenza storica ed abilita chiavi di lettura differenti, di generazione in generazione, ad un totem, la tecnologia, da sempre main factor dei cambiamenti nella società.
Quindi, diversa visione della tecnologia per le tre generazioni che oggi calpestano il palcoscenico della vita: baby boomers, millennials, generazione Z.

Ed ogni tecnologia si svezza. Per svezzamento ad intendere che questa tecnologia cessa di essere oggetto noto agli addetti ai lavori ma misterioso per tutti gli altri, e comincia a divenire lo strumento mediante il quale per moltitudini di persone, la vita quotidiana cambia.
E’ la fase della disruptive technology, e nel nostro caso di specie attualmente l’impatto è cagionato dagli strumenti digitali e dalla connessione che ha dato vita alla community always on. Disruptive technology che causa i cambiamenti sociali che generano, sorta di osmosi causa/effetto, i mutamenti nei consumi degli oggetti e nelle fruizioni dei servizi.

E come sono i consumi attuali ? Sempre più convenienti, ovvero sempre più pilotati da un’attenzione al value for money; sempre più identitari ma, attenzione, dove la valenza identitaria è vissuta nell’atmosfera della rete, e per essa dei social, ancor prima ed ancor più che nel cortile domestico; sempre più liquidi secondo l’accezione di società liquida coniata da Zygmunt Bauman.
Ne scaturiscono tre valori importanti, driver delle decisioni di scelta ed acquisto: benessere, qualità, sostenibilità.
E vediamo se tutto ciò comporta anche una nuova segmentazione del mondo della ristorazione; riflettiamo insieme, insomma, se vale la pena di tracciare un refocus di posizionamento.
Ne sortiscono otto segmenti.

Porremmo in specifico segmento il (1) ristorante a bassa intensità promozionale. Il ristorante che ancora annaspa nel sapersi dare posizionamento distintivo con correlata visibilità incrementale. Causa di ciò, molto probabilmente, l’uso carente ed inefficace della tecnologia di rete. Di contro, speculare il posizionamento, abbiamo il (2) ristorante ad alta intensità promozionale. E’ a suo agio nella digital society, padroneggia lo storytelling, ha grandi capacità di ascolto e duttilità comportamentale all’interno dell’alveo irrinunciabile dell’onestà intellettuale e della qualità erogata. Ed ancora abbiamo il (3) ristorante per il quale il menù è il fall-out pressoché quotidiano di quanto sa offrire, giorno dopo giorno, il mercato. Ed anche qui, in posizione speculare, il (4) ristorante dall’offering consolidato i cui mutamenti sono, pur parziali, dettati solo dalle stagioni. Ancora, in funzione dell’ubicazione, abbimao il (5) ristorante di città ed il (6) ristorante fuori dalla cinta urbana.

Ed ancora, il (7) ristorante stagionale e, last but not least, il (8) ristorante di destinazione a prescindere: high quality, high price. In questo ristorante, semel in anno, il gourmet ha da andarci !
E’ segmentazione che genera dominio non univoco. Un singolo ristorante, in genere, coabita almeno in due segmenti. Ne consegue che il posizionamento percepito è funzione della generazione di appartenenza. Facciamo un esempio, fortemente ribadendo che di semplice esempio trattasi e che nella realtà molti altri sono i casi. Eccoci all’esempio: classico ristorante di città evergreen. I baby boomers lo percepiscono quale esso è, ovvero il ristorante di città (5) che non riserva sorprese nel menù (4) e, lo stesso ristorante, invece, i millennials lo percepiscono prevalentemente come (1) un ristorante poco avvezzo a raccontarsi sui social.

Come definiamo questo fenomeno? Ha un suo originale acronimo: PAG, ovvero Positioning According to Generation. Quanto percepito dal cliente appartenente a specifica generazione diviene più importante dell’intento nativo che ha avuto il ristoratore nella ricerca del suo posizionamento distintivo. E allora non più di posizionamento statico trattasi, bensì di posizionamento dinamico.
Quali le abilità che diviene necessario acquisire? La capacità di ascolto, la captazione dei segnali deboli, la costante analisi dei dati e, in funzione di ciò, la necessaria competenza nel collazionare i dati (big data).

Non è cosa facile ma non è neanche cosa molto difficile a farsi. Si tratta di saper erogare per davvero benessere, qualità e sostenibilità, ed avere confidenza con la nuova tecnologia, ovvero con quelle cose che non ancora c’erano quando nascemmo!!!




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